Categoria: Articoli & news 16-08-2014

FemministeChe noia quella triste e faticosa parabola- pregiudizio- che riguarda le donne: “Darla? Non darla”. E scusate se prendo in prestito questa volgare espressione, ma rende meglio l’idea!. Dopo l’ennesimo commento maschilista, che ho “origliato” in treno, mentre sfogliavano il quotidiano, ammetto di essere veramente stanca di sentirlo dire di chiunque. In sintesi: se non la dai, non ti diranno mai che non la dai perché sei seria o innamorata di un altro davvero o perché vuoi che le cose vadano diversamente. No. (Solo le loro donne hanno il privilegio di essere Madonne ). Diranno che non l’hai data perché la dai ad altri. E in qualunque caso, non avendola data, ti temeranno, perché non condividi un “segreto”, ma conosci un segreto. E quindi sarai bandita. Da tavole ed ambienti ed inviti, perché il timore è che tu possa raccontare il segreto. Poi un giorno scoprirai che è quello che succede al 90% del genere femminile. E un 10% penserà: allora meglio darla. Così condivido, non verrò esclusa, non verrò diffamata, non sarò temuta. No!!! Non cedere. Anche se pensi che in qualunque caso perderai, avrai sempre vinto una tua battaglia. Con lo specchio, al mattino. Lo stesso in cui sorriderai quando un giorno ti verranno rivolte delle scuse e forse, allora, sarai in grado di perdonare. Ma nel frattempo diffidate di tanto oro. Che oro non è. E’ tutto un lucidare scheletri e far vittime. (Assai più scoraggiante, ammettiamolo, è che spesso a dirlo sono proprio le donne).
E’ una guerra, essere donne. Sapete? E ricordate: si “può dare”, come si dice in gergo, per mille motivi. Per gioia, per dolore, per amore, per gioco, per noia, per togliersi lo sfizio di un istante (insomma son fatti propri). Ma per un motivo mai: come baratto. Per ottenere qualcosa. Questa è l’unica emancipazione di cui dobbiamo andar fiere. E poi, ricorda, conosci sempre “quel segreto” eh. E tanto, rassegnati, che l’hai data, lo diranno sempre. Se arrivi in alto, se centri l’obiettivo che avevano puntato altri, se occupi il posto più ambito. Se sei arrivata al momento giusto, sarà per qualcuno, sempre quello sbagliato. E allora saltiamo questo passaggio. A prescindere, tu vali. E questa è una grande, scomoda, verità.

Categoria: Articoli & news 16-08-2014

separazione_figliQuando un matrimonio finisce c’è bisogno di una sola cosa: silenzio. E se i personaggi coinvolti sono pubblici, a maggior ragione, bisogna tutelare i figli ( che già subiscono il trauma della separazione ) da lettere, commenti, messaggi, che un giorno leggeranno e che condizioneranno il loro sguardo sul mondo e sui rapporti umani. Ho riflettuto su questo, prendendo spunto da un episodio che coinvolge personaggi noti. Ma non voglio soffermarmi su di loro. Lo faranno già in troppi e io non sono un giudice.
Voglio analizzare le reazioni, però, così diverse da quelle che forse manterremmo nella vita di tutti i giorni, che ci fanno perdere il controllo. Causate dal dolore per la fine di un amore. Imperdonabile e inconsolabile . Ci trasforma. Ma la vendetta no, quella non serve a restituirti anni perduti, gioie o dolori. Aspettative. Ad asciugarti le lacrime quando guarderai il suo lato del letto vuoto. Il suo armadio svuotato. Quando per caso troverai una foto che vi ritraeva felici, e che non sei riuscita ad eliminare in tempo.
Prima che potesse sopraggiungere – dopo la rabbia- la nostalgia.
La vendetta non restituisce dignità, non applausi, non giustizia. Nessun vincitore, nemmeno morale, sarà proclamato dopo un divorzio.
Ho visto amici vendicarsi di ex amici, far perdere lavori, spargere fango e raccontare segreti. E ho sempre avuto paura di chi vuole vendicarsi. Si finisce per somigliare a chi si disprezza, diceva qualcuno. Ed è vero.
Da moglie, madre e figlia, se mia madre scrivesse una lettera pubblica, al mio ex marito, raccontando dinamiche di coppia e “segreti” intimi, io non la ringrazierei di certo. I figli. Tutelare figli e nipoti il più possibile. C’è sempre- dopo un separazione – qualcuno che soffre di più. Ma le crepe non sono causate da un solo pugno capriccioso, sul muro. Così come i meriti non sono mai soltanto di uno dei due.
Essere traditi è terribile. Si passano nottate intere a torturarsi. A sentirsi inadeguati, inutili. Vulnerabili. Ma da soli. Se si hanno dei figli, a loro si deve mostrare il sorriso. Perché li stai educando alla felicità. All’amore. Non al tormento. È quasi impossibile, ma bisogna fare questo sforzo innaturale. Non siamo più quei due soli sull’altare. Siamo una famiglia. Spaccata, divisa, umiliata ed offesa. Ma perché i nostri figli devono davvero sapere o decidere – con suggerimento- chi sia stato il migliore dei due?
Il matrimonio è- e lo dirò sempre- come la cruna di un ago dove nessun estraneo alla coppia, potrà davvero entrare a gamba tesa. La verità, sull’amore, è intraducibile.
Chi ha scritto una lettera contro il genero sarà sicuramente una donna e professionista straordinaria e avrà voluto difendere il suo branco. E avrà voluto raccontare la sua verità. Da madre posso comprendere il suo dolore. Ma non si fa. Ecco. Non c’è più bisogno. Non serve più. Diventiamo grandi. abbracciamo i nostri genitori. Ringraziamoli. Ma smettiamola di dare l’impressione di dover essere tutelati per sempre. Grazie mamma, ma ora tocca a me. Ecco, da separati cosa si deve essere pronti a fare…( anche perché poi chi ci vorrebbe con parenti così ingombranti? Spaventeremmo dei nuovi amori. E ci saranno. Abbiate fiducia!)

Categoria: Articoli & news 16-08-2014

Robin Williams#robinwilliams : Sono tanti, troppi a togliersi la vita. Ricchi e poveri. Per mancanza di qualcosa. Per vulnerabilità con le emozioni, la vita, i cambiamenti, le perdite improvvise. La paura di non farcela. Il senso di inadeguatezza. Si chiama depressione. E fino a quando farà paura nominare il “male oscuro”, scomodo, vi farete sopraffare dal pregiudizio che la scelta di morire sia un capriccio. Ma la depressione è una malattia, un disturbo grave. Non è sinonimo di tristezza.
Lo era per Robin Williams, per i senzatetto che ho raccontato nel libro, per tante mamme post parto, per uomini che hanno perso il lavoro, per ragazzini isolati, disturbi alimentari.
Io ne ho conosciuti molti. Basterebbe fare un giro nel sito che monitora i suicidi durante la crisi economica che ha colpito il nostro Paese, “crisitaly.org”, per restarne sconvolti.( basterebbe semplicemente iniziare ad interessarsene, ma questo è un altro discorso. Forse).
Insomma non solo star. La depressione coinvolge e stravolge la tua volontà.
Certo è vero: si è meno indulgenti quando ad “ammalarsi” è uno che ha avuto tutto e che possiede più di quanto potremmo sognare. Con uno che sembra sprecare la “grazia” ottenuta.
Fa rabbia in vita, uno ingrato, figurarsi da morto. E figurarsi se a farlo è l’attore che più di altri ha interpretato coraggio e sogni di due generazioni.
Doveva essere un esempio, come quando salì sulla cattedra recitando poesie e passioni chiedendoci di rendere straordinarie le nostre vite.
Certo, stava recitando, ma così bene che sembró chiedercelo davvero lui.
E così da questa notte, milioni di messaggi anche da ex colleghi, forse amici, giungono a ricordare una cosa.
La depressione è una malattia non riconosciuta. Sottovalutata. Più pericolosa del contagio, perché non sai come affrontarla, quando la possiede chi ami.
Perché spesso le sue ragioni sono intraducibili dalla grammatica di chi ti vive accanto. E ti isolano, inevitabilmente.
Insomma è a questo che ho pensato, di notte- quando ho appreso la notizia che uno dei miei attori preferiti, del quale non ho perso un film, soffriva di depressione e che probabilmente si è suicidato.(questo post è stato scritto ieri e oggi purtroppo il suicidio è accertato).
Ciao capitano, mio capitano.

Categoria: Articoli & news 12-08-2014

Concerto Bar boon Band

APPELLO PER SINDACI, DIRETTORI DI TEATRI, RESPONSABILI DI SALE CINEMATOGRAFICHE, ARTISTI: Basta file riservate a vips/politici e personalità. Nei teatri, al cinema, chi paga il biglietto deve avere il diritto a non occupare l’ottava fila. Perchè poi è il vero pubblico quello che compra, che mette in circolo economia e fa sopravvivere l’arte. Inoltre- e sono felice che in tanti mi stiate ascoltando- rivolgo un appello a sindaci, direttori di teatro, responsabili di sale cinematografiche: gli ultimi devono essere i primi. Vorrei che la cultura fosse accessibile a tutti. Chiedo alle amministrazioni di riservare una fila a chi non può permettersi il biglietto. Molti ragazzi senzatetto, giovanissimi, mi hanno raccontato di entrare al cinema dall’uscita di sicurezza. E mi chiedevano: “Com’è andato a finire il film?” Perché mi hanno beccato e non ho potuto guardarlo fino in fondo.” La cultura mantiene vivi, lucidi. Offre occasioni di gioia. Offre sogni, confronti e stimoli. Allontana il rischio di far vivere esseri umani in “cattività”. Preserviamo il diritto alla felicità.

TUTTA LA VITA IN UN GIORNO

Tutta la vita in un giorno

Tutta la vita in un giorno